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giovedì 17 giugno 2010

Sex and the City 2 (USA – 2010)

Un film di Michael Patrick King. Con Sarah Jessica Parker, Kim Cattrall, Kristin Davis, Cynthia Nixon, Chris Noth.  

 
 

“Ho convinto il mio corpo

a credere di essere più giovane” 
 
 

Forse le aspettative, anche questa volta potevano essere alte, soprattutto per chi ha seguito e amato tutte le precedenti stagioni televisive delle quattro ex-ragazze newyorkesi. E tutto sommato, anche considerando il terribile precedente episodio cinematografico, poteva andare molto peggio. Ma certo, dopo due ore e mezzo, è difficilissimo uscire dalla sala senza il rimpianto per i bei tempi in cui Carrie e socie folleggiavano e filosofeggiavano graffianti su glamour e sessualità, in una Manhattan affascinante. Costruendo un vero e proprio fenomeno di costume, con la loro festosa rivendicazione di emancipazione femminile capace di risultare interessante, e soprattutto divertente, anche per gli uomini. Le protagoniste di oggi invece sono diventate grandi, anche se continuano a definirsi “ragazze” (a che età diventeranno donne?), i matrimoni, i figli, la menopausa, l’arredamento hanno preso il posto della moda e del rapporto fra i sessi, il tutto condito da uno stanco e pigro rimpianto del tempo che fu. Ma siamo soprattutto noi spettatori a rimpiangere quello “scintillio” che rendeva interessante, anche per chi non vive a Manhattan, le vicende di Sex and the city. E non si tratta solo del fatto che un telefilm nel passaggio al grande schermo, con comprensibili cambiamento di ritmo e linguaggio, possa perdere di efficacia. In questo film sciatto non c’è traccia di tutti quegli elementi che avevano fatto la fortuna della serie. Una sceneggiatura inesistente, se non ridicola, ha reso le protagoniste così “infighettite” precludendo a chiunque la possibilità di identificarsi con le loro vicende. Di graffiante e caustico, nelle riflessioni di Carrie ormai non è rimasto più nulla, e davvero vederla in crisi profonda, distrutta per aver solo baciato un suo ex, incontrato per caso ad Abu Dhabi, fa sorridere di compatimento, osservando la pessima fine che ha fatto la nostra eroina.

“E quando pensi di aver visto proprio tutto…” arriva la performance di una Liza Minelli che, giunta ormai a quella dolce età in cui si dovrebbe guardare al mondo con occhio benevolo e distaccato, rischia invece una frattura del femore sgambettando sul palcoscenico, in minigonna. Così come, alla fine, non convince per niente il tentativo di dare un senso a questa storia, raccontando la voglia/necessità delle donne di Abu Dhabi di assaporare finalmente quella liberazione dei costumi sessuali che ancora manca. Il tema è troppo complesso, e troppo serio, per essere affrontato da un pessimo film come questo. 

domenica 25 aprile 2010

L'uomo nell'ombra (The Ghost Writer - USA, Germania, Francia 2010)

Un film di Roman Polanski. Con Ewan McGregor, Pierce Brosnan, Kim Cattrall, Olivia Williams, James Belushi, Timothy Hutton, Eli Wallach, Tom Wilkinson,

  

«Tony Blair? Ho avuto il sospetto che dovessi non dico imitarlo, ma interpretarlo. Ma Roman mi ha subito detto: dimentica Blair, sei Adam Lang. E infatti non cercate l'ex premier inglese nel mio personaggio, questo è piuttosto una visione shakespeariana del potere, drammatica e intricata». (Pierce Brosnan)

 

 

Il protagonista, scrittore capace e ben interpretato da Ewan McGregor, intuisce fin dall’inizio che il lavoro che sta per accettare non sarà un semplice incarico come quelli a cui è abituato. Già esperto ghost writer, forse all’inizio pensa seriamente che per affrontare la biografia dell’ancora potente ex-primo ministro inglese bastasse mettere in prosa le risposte alle sue interviste. Ma c’è un particolare non da poco ad agitare il suo lavoro, il suo predecessore è morto, naturalmente prima di aver completato il libro. “Sapremo mai se si sia trattato veramente di un incidente?” Interrogativo non da poco, soprattutto se il nostro protagonista si ritrova dopo poche ore ad atterrare su un’isola degli Stati Uniti trasformata in un bunker dal suo potente cliente. Adam Lang, perfetta icona del potere di oggi, sempre sorridente davanti alle telecamere, cinico e spietato nelle scelte politiche, ha trasferito sull’isola la sua base operativa, con segretarie, moglie e guardie del corpo, il tutto condito un’insistente pioggia britannica. “Adam Lang fa di nuovo notizia”, suo malgrado, e trascina con sé tutti quelli che lo circondano.

La pioggia e il cielo plumbeo fanno da contraltare alla discesa di uno spaesato McGregor nei meandri del potere, insieme agli altri protagonisti della vicenda che sembrano subire gli effetti nefasti di una pioggia martellante, di un vento insistente che sconvolge non solo le capigliature. Roman Polanski, ancora oggi agli arresti domiciliari in svizzera per le sue note e poco edificanti vicende giudiziale, costruisce un thriller spionistico per certi versi classico nella sua messa in scena, ma al tempo stesso capace di legarsi all’attualità. Un classicismo che si riflette innanzitutto in una trama che, piuttosto che puntare su un intreccio inutilmente ingarbugliato (diciamo pure che molto presto si intuisce quasi tutto, anche se le informazioni vengono sapientemente dosate, si affida alla capacità delle immagini di Polansky di creare un’atmosfera carica di pathos. Stesso discorso per l’interpretazione degli attori improntata all’essenzialità e all’inquietudine. In particolare Ewan McGregor riesce a restituire in pieno il ritratto di una persona qualunque finita quasi per caso in un ingranaggio più grande e più forte che finirà per travolgerlo.

 

sabato 10 aprile 2010

Il Profeta (Francia, Italia 2009)

Un film di Jacques Audiard. Con Tahar Rahim, Niels Arestrup, Adel Bencherif, Reda Kateb, Hichem Yacoubi. Jean-Philippe Ricci. 


«In questo film la prigione è una metafora della Francia. Con questo non voglio dire che essere liberi o carcerati è la stessa cosa. Voglio dire che in prigione si ricreano, esasperati, i meccanismi sociali, psicologici, etnici, religiosi, di classe che condizionano la nostra vita sociale»

Jacques Audiard 
 

Se dovessimo misurare la civiltà di un paese, in questo caso si tratta della Francia, dalla condizione dei detenuti, allora questo film ci mostra un paese messo decisamente male. Jacques Audiard costruisce, senza retorica e falsi moralismi, una critica aspra ad un sistema carcerario corrotto, dal quale nessuno esce migliore, e restituendo così un ritratto della Francia di oggi. Il carcere in cui il detenuto Malik è condannato a scontare sei anni per aver aggredito un poliziotto, è infatti un  vero e proprio microcosmo, in cui i detenuti e le guardie riflettono come in uno specchio la società che li ha, in un certo senso, prodotti in un continuo rimando fra esterno e interno, fra chi sta dentro e chi è fuori. Audiard esplora questo mondo con lo sguardo di Malik. Il ragazzo ha imparato, fin dal suo ingresso in carcere, che gli occhi conviene tenerli bassi, pensando a difendersi. Tutto inutile però. Malik capisce in fretta quali sono i meccanismi che regolano una vera e propria società parallela, e soprattutto impara a disprezzare gli altri uomini, glielo insegna il boss Luciani che decide in un certo senso di “adottarlo”, commissionandogli l’omicidio di  un detenuto che non deve testimoniare. Per Malik si tratta di una vero e proprio rito di iniziazione alla vita da criminale. Da quel momento in poi Malik smette in fretta di guardare il pavimento ed accettare solo ordini. 

E’ intelligente, osserva, impara le regole non scritte che convivono insieme a quelle ufficiali, impara a difendersi. E così il ragazzo entrato in carcere a 19 anni, spaventato, miserabile e pezzente, esce dopo sei anni rivestito a nuovo, mentre ad aspettarlo c’è la banda di criminali che ha costruito durante le uscite in libertà condizionata. Adesso Malik ha l’espressione fiera di chi, assaporato il gusto dolce del comando, ormai non si accontenta più. Il suo primo omicidio gli ha insegna a non avere più paura, a considerare la sua permanenza in carcere un vero e proprio apprendistato. Ma lo sguardo è anche quello visionario di un ragazzo cresciuto in fretta, capace di dare forma ai suoi incubi, fino quasi a prevedere il futuro. Brillano di intelligenza gli occhi del giovane Malik, nei primi piani di Audiard, e hanno la determinazione di chi è pronto a compiere il suo tragico destino. La sua missione.

È un film potente Il profeta, nel quale si viene letteralmente sorpresi dalla quantità di temi e situazioni che vengono esplorati a volte con rabbiosa fretta, altre con la calma di chi ripensa ad occhi chiusi, nella cella di isolamento, alla vita. Il tutto scandito da una regia che sa essere nervosa, movimentata, da una macchina da presa costantemente addosso ai protagonisti, ad indagarne con meticolosità gesti, corpi, ferite, sguardi. Il ritmo non cede mai, Audiard tiene costantemente alta la tensione, attraversando attraverso l’azione e la violenza, oltrepassando i labilissimi confini tra chi sta in cella e chi sconta la sua pena per la strada. Malik attraversa, con la disinvoltura di un capo, i delicati confini etnici che regolano il mondo criminale, imparando la lingua dei mafiosi corsi,  trattando con gli arabi, affrontando i marsigliesi e i mafiosi italiani. Una vera società multiculturale. Un film capace di emozionare profondamente gli spettatori, gettandoli in un mondo in cui c’è poco posto per l’umanità dei suoi abitanti. 

martedì 6 aprile 2010

Invictus - L'Invincibile (USA 2009)

Un film di Clint Eastwood. Con Morgan Freeman, Matt Damon, Tony Kgoroge, Patrick Mofokeng, Matt Stern. 


Ragazzi I tempi stanno cambiando. E dobbiamo cambiare anche noi.

 
 

Cosa può servire al cambiamento di un’intera nazione? Se lo chiede Nelson Mandela, dal primo giorno in cui, dopo 27 anni di galera, finalmente riassapora il gusto della libertà. Il cambiamento è nell’aria, il Sudafrica sembra pronto a quella che tutti definiscono un’occasione storica. Ma come dare impulso a questo processo, facendolo condividere a milioni di cittadini e soprattutto conciliando i timori dei bianchi e il desiderio di rivalsa dei neri? Il campionato del mondo di rugby può diventare quell’occCorsivoasione. Anche perché c’è la squadra nazionale, gli Sprinboks, che fino a quel momento è considerata il simbolo stesso dell’apartheid. 

Ma il “perdono libera l’anima e cancella la paura” e Mandela scommette anche parte del suo prestigio politico sul fatto che, più di trattati economici e nomine di ministri, ad aiutare il Sudafrica a trovare una nuova forma di convivenza possa proprio essere il rugby e lo sport. Rischia in prima persona, come ha imparato a fare in carcere, per portare avanti il suo progetto politico di creazione di una Nazione capace di accogliere tutti i suoi cittadini. E questo sarà un aspetto determinante nel coinvolgere chi gli sta intorno in una nuova sfida. Eastwood esplora, attraverso la ricostruzione di questo avvenimento storico, la possibilità di coesistenza di opposti desideri, diverse aspirazioni, in un lavoro che sia veramente di squadra. A volte però, nonostante Invictus riveli la grandissima capacità visionaria di Clint Eastwood, il film sembra scontare alcune semplificazioni di troppo, quasi che il suo autore tema di mancare il lieto fine, specie nella seconda parte in cui la narrazione si dirige docile verso quello che poi è accaduto veramente. Ma gli ingredienti per emozionare gli spettatori ci sono tutti. Se avete pianto guardando in televisione le olimpiadi, questo film non vi lascerà indifferenti. 

Gli Springboks, inseguendo e vincendo contro tutte le previsioni il titolo di campioni del mondo, diventano sul campo il simbolo del nuovo Sudafrica. Lo fanno con il sudore, con il sacrificio, ma soprattutto ci riescono perché sono davvero una squadra, percorsa dal brivido della sfida e dall’energia. Quella stessa ispirazione che Mandela cerca di portare nel suo paese. Invictus riesce a restituire perciò tutta la portata storica della sfida che lo stesso Mandela lanciò al suo paese, in un momento in cui il cambiamento non poteva essere più rimandato.  

domenica 28 febbraio 2010

Soul Kitchen (Germania 2009)

Un film di Fatih Akin. Con Adam Bousdoukos, Moritz Bleibtreu, Birol Ünel, Anna Bederke, Pheline Roggan.

 

- Cibo per l’anima, Soul Kitchen.

- Mi piace!

 

 

Il tentativo è ambizioso, condire la commedia con il fascino della cucina e il ritmo intrigante della musica soul. Zinos è un giovane immigrato greco dalla vita sentimentale e lavorativa decisamente incasinata, ma capace di lasciarsi trascinare dalla vita e dalle molteplici possibilità che offre. Ogni giorno. Arrivato ad Amburgo ha investito tutti i suoi soldi nell’acquisto di un vecchio capannone industriale, installando un ristorante di poche pretese, la cui unica mission è sfamare una clientela di operai della zona, altrettanto di poche pretese in termini di qualità e varietà delle pietanze. A dare la svolta al suo locale, regno di alimenti surgelati e fritti, e di conseguenza alla sua vita, arriva Shayn, cuoco eclettico e intransigente in termini di creatività e rispetto gastronomico. Come in ogni buona trama che si rispetti a quel punto si intrecciano varie elementi: un fratello scapestrato, un vecchio amico delinquente, giovani punk, agenti del fisco e infine un nuovo amore, il tutto a condire una sapiente sceneggiatura e una stile registico essenziale, al servizio della storia. Insomma, tutti gli ingredienti che fanno di Soul Kitchen una commedia sentimentale, dalle trovate intelligenti e dal ritmo sostenuto, come i brani della bella colonna sonora. Ottima l’interpretazione di Adam Bousdoukos, vero greco di Amburgo, che dà sostanza ad una vicenda che riesce ad affrontare anche temi più impegnativi come l’integrazione e il senso di appartenenza. E già, perché inseguire i propri sogni è più difficile se si è immigrati, lontani da casa. Soul Kitchen diventa perciò un luogo speciale, crocevia di razze e tipi umani dei più disparati. Questa atmosfera e la capacità di condivisione saranno determinanti, innanzitutto per Zinos, per superare incertezze e guai, fino ad una degna conclusione. Zinos e i suoi amici ci dimostrano che l’insicurezza del vivere moderno, la fragilità e  l’individualismo possono essere affrontati insieme, con un sorriso divertito e lo sguardo innamorato. Come nelle ricette di Shayn, quindi anche questo film riesce nell’impresa, non del tutto scontata, di ricombinare fra loro elementi semplici per trasformarli in un piatto appetitoso e dalla forma molto invitante. Evitando quello che spesso succede nei ristoranti più raffinati, dove al godimento dell’assaggio di bellissimi piatti non segue quasi mai la sensazione piacevole di aver mangiato a sazietà e magari ci si rifugia, per un più sostanzioso dopo-pasto, in una bettola un po’ malmessa ma di sicuro più sincera. E’ proprio questa è l’atmosfera che si respira a Soul Kitchen e di cui Zinos è, giustamente, orgoglioso.

mercoledì 27 gennaio 2010

Sherlock Holmes

Un film di Guy Ritchie. Con Robert Downey Jr., Jude Law, Rachel McAdams, Mark Strong, Kelly Reilly, Hans Matheson, Eddie Marsan, James Fox.

“Non sono ubriaco,

sono solo diversamente sobrio”

(Sherlock Holmes)

Terminata la proiezione, uscendo dalla sala, non preoccupatevi se avvertirete una leggera, ma insistente, sensazione di stordimento. Sarà il probabile effetto collaterale di quasi due ore di mirabolanti avventure e azioni frenetiche del detective più celebre. L’indomabile Sherlock Holmes, torna al cinema, impegnato a combattere le forze dell’occulto in una tetra Londra di fine Ottocento avvolta dal grigiore e dal mistero (un’immagine stereotipata della capitale inglese ormai ben lontana da quella odierna, ma che ben si adatta al clima delle indagini di Sherlock Holmes).

Guy Ritchie, conosciuto dai più mondani come ex marito di Madonna, ha il merito di confezionare un film dal forte impatto visivo e di assoluta spettacolarità, bisogna riconoscerlo, ma soprattutto quello di riuscire a tenere costantemente in piedi il ritmo della narrazione, nonostante una sceneggiatura decisamente non all’altezza delle sue capacità registiche e di quelle del personaggio principale. Tanto che nel giro dei primi minuti la trama, di fatto, ha già esaurito qualsiasi possibilità di sorprenderci e, caratteristica principale di ogni capolavoro, la capacità di inquietare e far emergere dubbi nello spettatore. Archiviata, quindi fin dall’inizio, una risposta affermativa alla classica domanda: «riusciranno i nostri eroi a sconfiggere le forze del Male che minacciano il glorioso Impero Britannico?», possiamo senz’altro lasciarci andare all’immediatezza delle azioni e alla godibilità della comicità di cui sono capaci i personaggi. Primo fra tutti lo stesso Holmes, personaggio eccentrico, costantemente sopra le righe e quasi incapace di controllare le sue eccezionali capacità. Vita da bohemien, disordinato, capriccioso e ostinato, Holmes sa completare la sue capacità intellettive con l’abilità nel menare le mani. A fargli da spalla un Watson affascinante (io l’avevo sempre immaginato come un signore distinto, ma di mezz’età, con pancetta e orologio nel taschino del gilet), misurato ma capace di imprevedibili guizzi di intuzione e azione, vittima-complice del fraterno compagno d’avventure. A completare il quadro, la bella di turno, Irene Adler, diabolica e appassionata, l’unica capace di sedurre Holmes fino a renderlo inoffensivo,. Il film di Guy Ritchie, grazie anche alle capacità interpretative di Robert Downey Jr., Jude Law, e Rachel McAdams, ci offre quindi una rilettura e soprattutto una non facile ri-attualizzazione del personaggio creato da Herzog, confezionando due ore di intrattenimento puro, con trovate azzeccate e dal ritmo frenetico, che forse hanno l’unico difetto di durare quanto il flash accecante di un vecchio fotografo ambulante.

Piccola nota a margine. La lotta di Sherlock Holmes mi ha ricordato un interessante film, purtroppo passato in un silenzio assoluto nelle sale italiane un paio di anni fa: Invincibile di Werner Herzog, ambientato a Berlino negli anni dell’ascesa al potere del Nazismo. Anche in questo caso sullo schermo si svolge una lotta con i poteri dell’occulto e della magia, ma con ben altri effetti speciali e ben altro ritmo. E soprattutto con esiti poco rassicuranti per noi, visto che a trionfare in questo caso non è il Bene, ma la banalità del Male. Se il tema vi appassiona quindi vi consiglio vivamente, dopo aver fatto il pieno di azione con Holmes, di recuperare un po’ di riflessione con il film di Herzog.

giovedì 3 dicembre 2009

Gli abbracci spezzati (Los Abrazos Rotos – Spagna, 2009)

Un film di Pedro Almodóvar. Con Penelope Cruz, Lluís Homar, Blanca Portillo, José Luis Gómez, Rubén Ochandiano, Tamar Novas, Marta Aledo, Agustin Almodóvar.


“I film bisogna finirli anche ad occhi chiusi,
non importa come”


Quale condizione peggiore si può immaginare per un regista, se non quella di perdere la vista? Harry Cane oggi scrive sceneggiature, deciso a prendere dalla vita il meglio che può ancora riser-vargli. Ma un tempo, quando il suo nome era ancora Mateo Blanco, visse l’intensa passione dell’amore per Lena (la bellissima Penelope Cruz, vera e propria icona del regista spagnolo), finito tragicamente una notte sull’isola di Lanzarote. Quei giorni continuano a bruciare, e per Mateo è arrivato il momento di affrontare quel passato, con l’unica possibilità che gli rimane oggi, il racconto.

Attraverso le sue parole riprendono così sostanza le immagini di un film incompiuto, tenuto per tanti anni nascosto, al riparo. Almodovar compone un’opera sull’intensità delle emozioni, quelle in grado di cambiare per sempre il destino di chi le vive, attraversando un intreccio di sguardi, da quello “negato” del suo personaggio di oggi, a quello invece rivolto ad un passato doloroso, ancora indissolubilmente ancorato al presente. Se quegli abbracci sono stati spezzati e resi impossibili dagli eventi, un unico filo continua a legare le vite dei protagonisti di questo film, senza soluzione di continuità.

Ed è il cinema a rendere possibile quel legame. Attraverso la costruzione del classico amore contrastato, quello fra Mateo e Lena, ostacolato dal marito di quest’ultima, il perfido e ricco Ernesto Martel, il regista spagnolo rende omaggio, infatti, all’essenza del cinema stesso. Nel rigore formale della messa in scena, nell’ossessione della narrazione, nelle citazioni dei classici e nelle auto cita-zioni, si scorge la passione di chi, del cinema e del fare cinema, è profondamente innamorato.

E soprattutto di chi, attraverso l’obbiettivo della macchina da presa, calibra il suo stesso sguardo sulla vita e i sui sentimenti.

martedì 17 novembre 2009

Nemico Pubblico (Public Enemies - USA 2009)

Un film di Michael Mann. Con Johnny Depp, Christian Bale, Marion Cotillard, Billy Crudup, Stephen Dorff.

    - In questo posto, alla gente importa da dove vieni. Io, invece, la valuto per dove va.

    - E tu, dove vorresti andare?

    - Ovunque io voglia


    Michael Mann mette in scena, con rigore formale e grande capacità narrativa, l’epilogo tragico di John Dillinger, inafferrabile svaligiatore di banche che, negli anni ’30, mise in serio imbarazzo la giustizia americana. Eroe solitario e irriverente, Dillinger è in guerra per conquistare il lusso che gli è stato negato, belle donne, auto veloci, feste e abiti sfarzosi. Ad ogni suo arresto, ali di folla lo attendono lungo le strade, affascinate dal mito del fuorilegge, desiderose di condividere un pezzettino di quella vita che, nell’America della Grande Depressione, appariva come un sogno irraggiungibile. Il personaggio di Dillinger è uno di quelli capace di mettere in discussione alcuni dei principi che regolano la vita dei bravi e onesti cittadini. Non si possono liquidare semplicemente la sua esistenza, e la sua fine, come quelle che si merita un delinquente incallito, incapace di sopportare le regole del vivere civile. Dillinger appartiene a quella stirpe di banditi, privi di qualsiasi scrupolo se un ostacolo si frappone ai propri progetti e, al tempo stesso stesso, capaci di essere fedeli e leali fino alla fine.

    Nella sua vita, e nel film, agli inseguimenti, alle sparatorie si alternano momenti di passione concreta, di tenerezza e rimpianto. Ma non sarà l’amore a salvare un uomo incapace di relazionarsi agli altri senza provocare morte e ferite. Mentre sui ritratti dei suoi compagni appare la scritta “deceduto”, inesorabilmente Dillinger si ritroverà solo, condannato ad andare avanti, senza spazio per ripensamenti e per futuri progetti. L’ultimo colpo non sarà quello che gli permetterà di partire con l’amata Billie per rifarsi una vita, lontano da tutto e tutti. Un personaggio perciò capace di mettere in discussione l’idea stessa di giustizia, rivelando le contraddizioni di un sistema che nel dividere i buoni dai cattivi appare spesso ingiusto e arbitrario. Dillinger si relaziona con un sistema corrotto, e corruttibile. La stessa polizia, e soprattutto gli agenti della nascente FBI, vestiti esattamente come gli stessi gangster, non si fanno scrupoli nell’adottare gli stessi metodi dei criminali per svolgere il proprio lavoro. Interrogatori brutali, ricatti, una colpevole leggerezza nell’aprire il fuoco contro chiunque, nel buio, si trovi sulla traiettoria dei propri mitra. La caccia finisce quasi per sovrapporre i suoi protagonisti, non più nettamente divisi fra buoni e cattivi. Fino ad arrivare a quella che appare come una vera e propria esecuzione: Dillinger, colpito alle spalle dagli agenti, muore su un marciapiede di Chicago, all’uscita di un cinema. Si compie il suo destino, e l’epilogo non poteva che essere tragico. Ma in questo non c’è nessuna sorpresa, Dillinger stesso sembra esserne consapevole e determinato a vivere fino in fondo il suo destino.

martedì 14 aprile 2009

Gran Torino (USA 2008)

Un film di Clint Eastwood. Con Clint Eastwood, Bee Vang, Ahney Her, Christopher Carley, Austin Douglas Smith, John Carroll Lynch.

Avete mai fatto caso che ogni tanto
si incontra qualcuno che non va fatto incazzare?
Beh, quello sono io.

Clint Eastwood si dimostra ancora una volta un grandissimo regista. Gran Torino è un film dallo stile rigoroso, senza alcuna sbavatura, appassionante proprio nella sua essenzialità. E nell’universalità dei temi che affronta.
Clint Eastwood costruisce un personaggio dalla personalità complessa, dominato dall’odio nei confronti di tutti ma capace poi di gesti di una sorprendente umanità. Il protagonista del film, Walt Kowalski, infatti è un veterano della guerra in Corea, che a distanza di cinquant’anni, ormai vedovo, continua la sua personale guerra contro tutto e tutti. Rimasto solo nel suo vecchio quartiere, tormentato dal passato, ha fatto di sé stesso una sorta di baluardo contro gli immigrati (buoni o cattivi) e contro qualsiasi cambiamento (quelli positivi e quelli negativi). Gran Torino affronta il tema della vita e della morte, visto dal particolare punto di vista di Walt Kowalski, un vecchio sconfitto dalla vita, incapace di accettare la fine delle sue certezze, condensante nella cura maniacale che ha per la sua macchina, una Ford Gran Torino, a cui da operaio ha montato il volante nel 1972. E’ un mondo impossibile da accettare, e Walt si limita a guardarlo, e odiarlo, seduto sulla sua veranda “con una birra in una mano e il fucile nell’altro”. Non c’è tregua nelle sue giornate, non c’è la capacità di vivere veramente, anche il proprio dolore, almeno fino a quando un ragazzino e la sua famiglia, non a caso immigrati asiatici, saranno l’occasione preziosa per riscattare l’odio di una vita intera: Walt, abituato a combattere, questa volta potrà farlo per la vita e non per dare la morte.
Lui che non è riuscito ad essere un vero padre per i suoi due figli, riuscirà ad esserlo finalmente, e inaspettatamente, per un ragazzino. E così vivrà finalmente quella redenzione che ha inseguito e aspettato per tutta la vita.

martedì 31 marzo 2009

L'onda (Die Welle – Germania 2008)

Un film di Dennis Gansel. Con Jürgen Vogel, Frederick Lau, Max Riemelt, Jennifer Ulrich, Jacob Matschenz, Christiane Paul.


Quello che manca alla nostra generazione è un obiettivo comune,
qualcosa che crei coesione.

Qualcosa andrà storto in questa storia. Lo intuisci dallo sguardo determinato di Rainer, insegnante di liceo con un passato da attivista politico; lo leggi nei volti di alcuni dei suoi allievi, quelli più determinati a seguire il professore in un insolito esperimento scolastico: riprodurre, nel corso di una settimana, i meccanismi che portano all’instaurazione di una sorta di dittatura. L’onda, il movimento che alunni e prof mettono in piedi durante le lezioni, appare fin da subito qualcosa di diverso da un compito in classe, capace di annullare in breve tempo le differenze di vedute e gli stili dei ragazzi, spingendoli a creare un gruppo coeso e omogeneo. Un gruppo in cui tutti lavorano per uno scopo comune, affermare la stessa supremazia dell’Onda, e che finisce per dare ai suoi componenti la sensazione, molto pericolosa, di poter ottenere tutto se è il gruppo a volerlo. Il gioco, si sa, è una cosa seria e così, chi non ne accetta le regole è tagliato fuori: non c’è posto nell’Onda per l’anticonformismo e le scelte solitarie. Questi ragazzi si fidano ciecamente del professore, ma soprattutto si fidano di sé stessi, e accettando quella che all’inizio sembrava essere solo una provocazione, finiranno per vivere in prima persona una catena di eventi travolgenti, di cui però perderanno il controllo. L’ambientazione poi in una scuola tedesca rende ancora più evidenti le implicazioni storiche e morali di un film come L’Onda. Come nel recente The reader, anche in questo caso giovani tedeschi sono chiamati in un certo senso a fare i conti con la storia recente del proprio Paese e con gli errori/orrori dei loro nonni. Quello che colpisce, oltre all’analisi delle condizioni sociali ed economiche che portano dritti verso la dittatura, sono i veloci cambiamenti che questo esperimento genera in ragazzi apparentemente normali, il loro immediato e profondo coinvolgimento psicologico. L’Onda funziona come una sorta di catalizzatore di pulsioni e ansie che, ce ne rendiamo subito conto, i giovani protagonisti portano già dentro. Nonostante lo stile del regista tenda a spiegare troppo e in un certo senso a lanciare un monito soprattutto ai giovani spettatori, L’Onda rimane un’interessante sfida per chi crede fermamente che certi orrori siano definitivamente confinati nella memoria storica e che una nuova dittatura non potrebbe più instaurarsi, almeno nell’Europa di oggi. Credo che alla fine, invece, almeno il dubbio che la Storia possa tragicamente ripetersi, anche con l’apparente volontà della maggioranza, almeno questo dubbio, nessuno potrà ignorarlo.