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martedì 22 settembre 2009

Il cinema salvato dal Sud – Un libro di Rita Picchi

Il cinema da salvare è quello italiano. Rita Picchi si chiede se il ruolo del salvatore sarà ricoperto dal nostro Meridione. Domanda provocatoria che, alla fine di questo libro edito da Kurumuny, rimane volutamente senza una risposta definitiva.
Rita Picchi, critica e autrice di teatro, ragiona in questo suo appassionato lavoro sul futuro possibile della nostra industria cinematografica scegliendo il punto di vista privilegiato di alcuni autori meridionali. Attraverso l’analisi tematica dei protagonisti, come Rubini, Winspeare, Roberta Torre, e altri, Rita Picchi propone una sorta di viaggio che a ritroso, ma con lo sguardo rivolto sempre al futuro, fino alle origini di un approccio cinematografico al Sud e al contributo tematico dell’etnologo Ernesto De Martino al cinema italiano.
Se è vero, come scrive la regista Cecilia Mangini nell’introduzione, che il cinema ha rappresentato un «tramite continuamente rinnovato di riscontro del reale», una finestra sulla contemporaneità e l’occasione per un confronto critico con il percorso a volte accidentato della nostra società, Rita Picchi propone una riscoperta di questo ruolo. Troppo spesso, da spettatori abbiamo provato in questi ultimi anni una eccessiva distanza fra temi e personaggi sullo schermo e la nostra quotidianità. Scorrendo i titoli prodotti negli ultimi anni è facile notare infatti che, pur realizzati con una discreta qualità, fondamentalmente i film italiani parlano di un paese che non esiste. Raccontano per lo più di storie d’amore, con protagonisti giovani trentenni in affanno, confusi, mediamente benestanti e alle prese con il loro piccolo mondo e i loro problemi esistenziali. Senza grandi ideali, con la politica sfumata sullo sfondo, il cinema italiano ci ha proposto storie indolore, incapaci di turbare o scandalizzare nessuno, ma che piuttosto placidamente si confondono tra loro. Goffredo Fofi scriveva già vent’anni fa invece che “ il cinema più vitale è quello dei paesi in cui le contraddizioni sono esplosive, soprattutto nel Sud”. Ad un cinema distratto si è contrapposto quindi un cinema periferico, lontano dalle capitali del grande schermo, e in virtù di questa lontananza capace di cogliere le contraddizioni dell’esistenza. «Forse, scrive Rita Picchi, questa arte bisognerebbe trovare un modo per renderla viva. Contaminarla con gli umori, con gli odori del corpo spesso sgradevoli e maleodoranti, e con i vuoti della mente, i corto circuiti improvvisi: una porzione di irrazionalità insostenibile e il coraggio di sporcarsi davvero le mani».

E’ un cinema, quello raccontato da Rita Picchi, che si nutre di un Sud inteso come luogo delle radici e dell’anima, luogo capace ancora di turbare la visione, proponendosi come sguardo altro sul reale. E’ un cinema intriso degli studi antropologici di Ernesto De Martino, animati da rigore scientifico e passione civile. E da quello stesso desiderio di anticonformismo che spinse alcuni giovani documentaristi negli anni cinquanta e sessanta, a tentare il racconto del Sud dei grandi cambiamenti economici e sociali del cosiddetto boom economico, con lo stesso piglio polemico e con la medesima grande passione civile. Gli esempi citati sono tanti, da Stendalì di Cecilia Mangini, ricostruzione documentaria di una lamentazione funebre, ai film di ispirazione antropologica di Luigi Di Gianni.

L’esigenza quindi, se il cinema italiano vuole salvarsi, è quella di allontanarsi da schemi convenzionali e prestabiliti, riscoprendo le radici culturali e antropologici che non senza sorprese, accomunano anche registi lontani fra loro negli anni. Rita Picchi lo fa per esempio sottolineando il legame, tematico e di luoghi, che c’è fra il Gianfranco Mingozzi del documentario “La Taranta” e Edoardo Winspeare autore di “Pizzicata” e “Sangue vivo”.

Alla fine l’autrice non scioglie il dubbio, vedremo se lo schermo saprà ritrovare quella forza e quel coraggio, se gli autori del nostro cinema sapranno produrre film ineducati, mal pensanti, politicamente scorretti ma assolutamente necessari. Quello che è certo però che il Sud saprà essere ancora una grande occasione per chi avrà occhi curiosi e coraggiosi.

sabato 24 gennaio 2009

Firenze di Pratolini (Italia, 1959), un documentario di Cecilia Mangini.



Il cinema di Cecilia Mangini è un lungo viaggio attraverso l’Italia:
Firenze di Pratolini è una straordinaria partenza.

Continua l’opera meritoria della casa editrice salentina Kurumuny che, pubblicando una serie di documentari italiani, ne conserva la memoria e offre l’occasione di guardare film altrimenti introvabili. Quello di cui ci occupiano questa settimana è il documentario realizzato dalla regista Cecilia Mangini nel 1959, a Firenze, con il commento dello scrittore Vasco Pratolini.
Firenze di Pratolini è un ritratto della città toscana tracciato con uno stile ben lontano dall’enfasi che ci si potrebbe aspettare da un documentario turistico. Quello che vogliono raccontare i suoi autori è infatti il volto nascosto della città: quello dei quartieri popolari, di un sistema sociale che stava scomparendo, ma che riesce a rivelare nelle immagini tutta la sua forza di coesione di solidarietà fra gli abitanti. Scrive Mirko Grasso nel suo saggio, che in questo film Pratolini racconta infatti la sua Firenze, quella popolare, altamente dignitosa nella sua quotidianità e povertà, sapientemente filmata dalla regista. Immagini e commento stanno dalla parte dei giovani, dei poveri, dei vecchi, delle ragazze, degli straccioni che popolavano quella Firenze; e nello stile complessivo del documentario non si avverte mai una separazione fra chi osserva e chi viene rappresentato sullo schermo. Questo documentario, e tutta l’opera di Cecilia Mangini, si inscrivono in un più generale movimento di rinnovamento per il cosiddetto cinema della realtà nel nostro Paese. Il secondo dopoguerra rappresenta infatti il momento in cui il cinema assume in pieno il compito di mostrare il volto reale dell’Italia: proprio quella che il regime fascista, con la sua propaganda, aveva tenuto ben nascosta. Un’Italia povera, disperata, emarginata ma vitale, appariva per la prima volta sullo schermo, prima con i capolavori del Cinema neorealista di De Sica (per citare solo un nome), film che suscitarono ostilità e tentativi di censurare quello che veniva considerato uno scandalo: i panni sporchi dovevano essere lavati in famiglia e non sullo schermo cinematografico. Quando poi, alcuni anni dopo, quella spinta del grande cinema andava esaurendosi, spinta in certo senso sovversiva perché in grado di scandalizzare l’opinione pubblica e mettere in crisi i modelli dominanti, toccherà ad un rinnovato cinema documentario raccoglierne il testimone. Vero e proprio erede del Neorealismo, il documentario italiano infatti continuò a raccontare l’Italia, già a partire dagli anni ’50, anche e soprattutto nei suoi aspetti più duri. Il documentario perciò dimostrava di essere uno strumento efficace di scoperta di quei lati nascosti della società e al tempo stesso occasione per una denuncia di quella condizione di marginalità. Un nuovo mondo appariva per la prima volta sullo schermo, ed era il Sud magico, arretrato, schiacciato dalla miseria, ancora vitale nelle sue manifestazioni culturali, raccontano ad esempio da Vittorio De Seta, Luigi Di Gianni, Lino Del Fra, Gianfranco Mingozzi. Ma ad essere raccontate erano anche le grandi città del Nord industrializzato, i nuovi rapporti sociali e le vecchie sacche di povertà, descritte, tra gli altri, da autori come Ansano Giannarelli e Florestano Vancini.
L’opera della regista pugliese Cecilia Mangini, e di suo marito Lino Del Fra con il quale ha condiviso l’intera carriera cinematografica, ben si inserisce in questo panorama. Tutta la sua opera mantiene costante il tentativo di svelare i meccanismi che soggiacevano al cosiddetto boom economico, nelle periferie delle grandi città industrializzate così come in quelle del Sud povero, erede di antiche tradizioni culturali. E’ così che i protagonisti dei suoi film sono proprio quelli che rimanevano sempre ai margini di questo miracolo: spettatori impotenti dell’arricchimento generale, oppure pedine inconsapevoli di meccanismi economici, come i tantissimi emigranti meridionali. Cecilia Mangini e gli altri documentaristi italiani, dimostrarono che il cinema poteva davvero diventare strumento di partecipazione civile alla vita sociale e culturale del proprio Paese, dando voci e immagini ad un mondo di emarginati, ma al tempo stesso raccontando il desiderio di affrancarsi da quella condizione. E’ per questo che questi film conservano ancora oggi una grande forza e rappresentano una lezione per chi ha a cuore il racconta della realtà.
Scrive Grasso che: “Queste immagini parlano di un mondo ormai scomparso. E non è un solo il mondo del lavoro artigianale, quello dell’arte di arrangiarsi e della miseria quotidiana, ma è anche il mondo in cui, nonostante le censure e l’oppressione, si lottava per un futuro migliore”.
Non con la nostalgia per un mondo perduto dunque si possono guardare questi film ma con il desiderio di conoscere un mondo di cui dovremmo continuare a sentirci in un certo senso eredi.


Andrea Vannini, Mirko Grasso
Firenze di Pratolini. Un documentario di Cecilia Mangini, Edizioni Kurumuny, 2008.
Per info: www.kurumuny.it